“L’arte è in ogni cosa, è compito dell’artista valorizzarne l’essenza!”
Gian
Successe in quell’anonimo 1976…
Mentre in Francia il Concorde inaugurava il suo primo volo e in un garage californiano Steve Jobs fondava la Apple computer inc, nella piovosa Val Trompia, in provincia di Brescia, venivo al mondo in una rispettabile famiglia bresciana che dava tutte le garanzie per un futuro straordinario.

Dal lato materno la condizione economica era veramente agiata grazie all’attività di commercio metalli del nonno che negli anni aveva guadagnato la tranquillità economica per sé, per i figli e per i nipoti.
Dal lato paterno la situazione non era decisamente da meno ma con radici più fondate:

Pare che i miei avi, “I Franchi” furono una popolazione apparsa circa nel 200dc nella Germania del nord,
Cinquecento anni dopo, nella fine del 700dc il re dei Franchi, un certo Carlo Magno, fu imperatore dell’Impero Romano d’occidente, sposò una principessa italiana, Ermengarda, conquistò la Gallia cambiandone il nome in “Francia” ed i suoi discendenti prolificarono su tutto il pianeta fino ai giorni nostri.
Ma saltiamo gli step intermedi fino alla fine del 1800 quando il bis nonno Umberto, direttore della compagnia di navigazione sul Po’ permise gli studi universitari al nonno Renato, il quale all’apice della sua carriera divenne professore di matematica e scienze naturali, nonché preside della scuola in cui insegnava.
Così, oltre ad un ottimo pacchetto culturale, in cinquant’anni di insegnamento risparmiò fondi sufficienti per una serena vecchiaia e per garantire serenità anche a noi discendenti…

Il mio futuro alla grande era segnato!
Così sembrava…
Abbiamo vissuto a Gardone Val Trompia fino alla fine della seconda elementare in quel dannato 1983 quando in una domenica di luglio un infarto fulminante spense per sempre il sorriso del nonno materno all’età di 64 anni, mentre trascorreva una serena e felice domenica su cui sorvolo i dettagli.
Così il suo figliol prodigo, il fratello di mia madre prese il controllo della situazione, si comprò immediatamente una Ferrari nuova e nell’arco di tre anni bruciò in cocaina e donne tutto il patrimonio compresa la casa della nonna e la Ferrari.
Così metà delle garanzie del mio futuro promettente finirono nel wc…
Iniziò così il periodo incasinato della mia vita che durerà fino a… vorrei ancora sapere quando finirà.
Così all’età di 7 anni ci trasferiamo a Villa Carcina dove restiamo fino alla fine delle elementari, quando i miei genitori si separano. Decidono che devo rimanere a vivere con la mamma, mentre trascorro i weekend a Sulzano, sul lago d’iseo, dove vive il papà.
Ci trasferiamo poi a Bovezzo, dove viviamo per quasi un decennio dove dopo quattro anni di medie, inizio gli studi in ambito tecnico alle superiori.
Ricordo l’adolescenza come il peggior decennio della mia vita!
A scuola ero un disastro, mio padre a causa della sua ludopatia passava il tempo al bar tra partite a carte e videopoker perdendo così gran parte dell’eredità lasciata dal nonno e ancor peggio, mia madre affetta da alcolismo ha iniziato una seconda giovinezza, dopo la separazione, cambiava partner più velocemente di una maglietta ovviamente cercandoli accuratamente tutti nel cassonetto dell’umido e, ciliegina sulla torta, festeggiando col fratello all’insegna di varie sostanze. Abitudine che la porterà alla morte nel 2022.
Cosa dicevamo del mio futuro?
E non mi pare il caso di elencare qui certe situazioni che ho raccontato già alla psicologa…
Ora potete immaginare che in una famiglia di questo tipo, la priorità è sopravvivere, mentre altre forme di espressione come l’arte o modi di vivere non vengono nemmeno presi in considerazione…
Eppure ho spesso lievi ricordi di quell’epoca in cui mi distraevo realizzando stampi per il gesso, modellini vari, scarabocchiavo le tavole da windsurf e sognavo di realizzare qualcosa di speciale… Poi per vergogna, finiva tutto in discarica.
Furono anni particolari, perché a quell’età non è mai semplice traslocare, ricominciare, adattarsi; eppure sono stati anni che mi hanno formato, insegnandomi a riorganizzare la mia vita e a reagire alle botte che arrivano senza motivo
E no, in quasi mezzo secolo non ho mai toccato nessun tipo di stupefacenti!
Ma nonostante tutto, gli studi tecnici mi potevano portare ancora a vivere una vita dignitosa…
Se non fosse che, spinto da mia madre, ho lasciato la scuola un anno prima del diploma per dedicarmi ad un lavoro al fine di portare soldi in famiglia che erano sempre necessari per arrivare a fine mese.
Fu così che il mio futuro alla grande finì nel cestino dell’umido!
Ma a Brescia, in via Crocifissa di Rosa sotto l’ultima finestra del terzo piano della scuola che porta il nome di un grandissimo artista: “Il Moretto” dopo 30 anni domina ancora la mia opera pubblica numero uno:
La sigla della mia classe, 4AI realizzata in gesso sul muro di mattoni rossi, realizzata nel 1996 per comunicare… qualcosa che racconterò a voce.



E i traslochi non sono finiti! Vivrò poi in città per un ulteriore decennio, a Iseo per cinque anni e mi stabilirò poi a Sulzano, dove per undici anni mi dedicherò alla mia famiglia e ai miei figli.
Ho sempre lavorato nell’ambito tecnico, mettendo in pratica gli apprendimenti della scuola.
Un percorso solido, serio, lineare e soprattutto concreto perché, come dice il motto che ho personalmente coniato per gli abitanti della mia città: se non è di ferro non esiste!
Ma la verità è che, sotto a quella superficie tecnica, c’era qualcosa che già da ragazzino mi attirava più di ogni altra cosa: l’arte. Non era un desiderio forte o definito, almeno non all’inizio. Era più una sensazione, un richiamo, un interesse naturale verso ciò che è creativo, verso le forme, i colori, le idee che prendono vita. Anche se all’epoca non sapevo ancora come incanalare quella sensibilità.
La scintilla vera e propria si è accesa molti anni dopo.

Nel 2015 mi lascia mio papà a causa di un cancro, proprio nell’anno in cui ho iniziato il mio lavoro online. Avevo realizzato un piccolo blog su cui scrivevo articoletti su arte, moda e design, senza un programma rigido: semplicemente seguivo l’ispirazione del momento. Non era un progetto strutturato, ma un luogo in cui potevo esprimere quello che mi piaceva.
Poi, nel 2016, sul lago d’Iseo è successo qualcosa che ha stravolto la quiete del paradiso in cui vivevo.



L’artista Christo aveva scelto il nostro lago per realizzare The Floating Piers: un’opera gigantesca, un pontile galleggiante giallo pastello che permetteva alle persone di camminare letteralmente sull’acqua. Una cosa unica, spettacolare, destinata a fare il giro del mondo.
Eppure, la mia prima reazione a causa dei continui boicottaggi sociali è stata di perplessità. Io avevo un’idea classica dell’arte: la Pietà di Michelangelo, le opere monumentali, il lavoro manuale, la perfezione. Come poteva un pontile essere definito “arte”? Dov’era la mano dell’artista? Dov’era l’opera, nel senso tradizionale del termine?
Quella perplessità mi ha spinto a farmi domande,
e quelle domande mi hanno portato a cercare risposte.
Ho cominciato a informarmi, a leggere, a scoprire che l’arte moderna e contemporanea non vive più delle stesse regole dell’arte classica.
Non è solo materia da plasmare, bensì è concetto, è gesto, è significato. È un linguaggio diverso.
Grazie a “The Floating Piers” il mio mondo interiore ha iniziato ad evolvere…
Ho iniziato a conoscere opere che, fino ad allora, mi sembravano incomprensibili. Ho scoperto le opere di protesta come” Merda d’Artista” di Piero Manzoni: una provocazione, certo, ma anche un messaggio potentissimo sul valore dell’opera, sull’identità dell’artista, sul rapporto tra arte e mercato.
Ho capito che l’arte contemporanea spesso utilizza materiali di recupero, oggetti di uso comune, perfino spazzatura: non perché sia “povera” di tecnica, ma perché vuole parlare della nostra società, dei nostri sprechi, delle nostre abitudini, dei nostri limiti. E che l’arte non deve per forza essere bella nel senso classico del termine ma deve anzitutto comunicare!
Quella scoperta ha iniziato a smuovere qualcosa dentro di me. Ho capito che l’arte non era un mondo lontano, riservato a pochi eletti; era un linguaggio che avevo sempre sentito vicino, ma che non avevo mai potuto decifrare davvero. E soprattutto ho capito che anch’io potevo dire qualcosa attraverso l’arte, se avessi trovato la mia voce, la mia forma, il mio modo.
Così mi vennero in mente decine di episodi del passato in cui vedevo l’arte in ogni dove! Negli oggetti d’uso comune, negli errori di produzione, nella natura e nei mercatini dell’usato. Ho così iniziato a riconoscere i grandi capolavori della scultura e della pittura della storia, ma soprattutto ho iniziato ad apprezzare l’arte moderna in ogni sua forma di espressione.
Continuavo ad imbastire di nascosto piccole realizzazioni artistiche che poi distruggevo poco dopo per la vergogna di fare qualcosa che gli altri avrebbero considerato stupido. Ma continuavo ad esprimermi.
Mi piaceva realizzare ciò che il cervello mi suggeriva durante i momenti in cui era ispirato, oggi mi rendo conto che era un modo alternativo per evadere, per comunicare qualcosa che avevo dentro.
Nel febbraio del 2018 la mia dolce metà decide che la nostra stori è finita, e con essa anche la nostra famiglia.
Ci vorranno mesi per metabolizzare l’idea che tutto ha un inizio e tutto ha una fine!
Nel frattempo, affranto dal dolore e con la necessità di “uscire da quell’incubo” acquisto un biglietto di sola andata per il regno unito e in luglio decollo per un’avventura di quattro settimane.
Saranno settimane incredibili in cui viaggerò da Londra a Lochness soltanto con il mio zaino, un viaggio in cui le coincidenze mi uniranno sempre più al mondo dell’arte, camminando tra Brighton e Bristol mi ritroverò per caso di fronte ai murales di Banksy e di Cosmo Sarson, ma soprattutto sarò ospitato da undici sconosciuti, undici host che si riveleranno tutti legati all’arte, persone di un altro livello, che mi hanno trattato come un figlio e come un fratello… Undici persone completamente diverse tra loro da cui ho imparato il vero senso della vita! Grazie a loro, quello è stato il viaggio che ha cambiato la mia vita!
Nel 2020 durante la pandemia mi sono rifugiato in montagna in una cascina a 1000 metri di altitudine per scrivere il libro di quel viaggio.
Oggi, cinque anni dopo, ho deciso di iniziare a rendere pubbliche le mie creazioni.

